A 30 ore dalla partenza, entriamo lentamente doppiando Capo Spartivento nello stretto di Messina.
La navigazione per quanto tranquillissima, c’è infatti un bellissimo sole, poca aria ed il cielo sgombro di nuvole, è molto lunga, quasi 50 miglia spesso contro una corrente anche molto forte.
Ci accompagna l’Etna, che decisamente innevato, giustifica l’aria fresca, che m’impedisce di togliermi la cipollesca armatura che indosso ogni qualvolta affronto una notte in mare, estate compresa.
Da una parte quindi l’Etna da quell’altra la Sila che cala al Mare, da una la Calabria ancora in ombra con il sole che le accarezza le spalle, dall’altra la Sicilia, baciata a questo punto dal sole, che le conferisce allo stesso momento fierezza ed autorevolezza, ma vista l’imponenza della montagna che scende al mare, anche di una tale indipendenza rassicurante che ci conferma che mai nella storia ci sarà l’ingombrante ed antiestetica presenza di un ponte, che nessuno vuole.
Concordo.
Poco più avanti si vede il traffico che da Villa S. Giovanni porta a Messina e viceversa congiungendo le due terre. Un miglio e mezzo, o meglio tre chilometri di istmo che paradossalmente divide due terre e che attraverso un borbottio di traghetti porta vagoni, rumorosissimi aliscafi, navi di linea maculate a ruggine di sconosciuti armatori locali. Viaggiatori multirazziali che attraversano lo stretto, sperano ancora o disperano definitivamente, in un nord industrializzato, probo di promesse da non mantenere, di hinterland sconnessi, come sconnesso il sistema che li accoglie, li mortifica, togliendoli anche l’illusione di una dignità mistificata.
Due terre, due culture, due polpoli, due tradizione, due storie ed un solo mare a dividere ciò che l’uomo non vuole unire. Ed è giusto che sia così.
Il mare è d’un blu così intenso, che nessun colore riuscirebbe ad imitare, trasparente e graduato, da far vedere o immaginare forme e scansioni ignote ai più. 200 metri la profondità minima del mare al centro dello stretto, ideali appunto a costruire un bel plinto ed un pilone atto a sostenere il peso di mezzo ponte con un’altezza al centro di almeno centotrenta metri.
Per non parlare poi delle correnti, le abbiamo fotografate all’uscita dello stretto dalla parte di Capo Peloro, punta estrema del triangolo siculo subito a nord di Messina. Pensavamo fosse passata una petroliera tanto erano alte e ripide. Non è la prima volta che passavo Messina, ma corrente simile non mi era mai capitato di vedere, un fenomeno così marcato.
Ma lo stretto è alle spalle ed appena usciamo in Tirreno imponenti si fanno le Isole Eolie a sinistra
Vulcano, Lipari, Salina, Alicudi, Filicudi, Panarea, Stromboli attivo con il fanalino di coda Strombolicchio, poco più di uno scoglio a chiudere la sfilata.
Vedi appunto anche Stromboli in condizioni di buona visibilità, che ti segue poi con la sua imponente massa ad agganciare con l’occhio Capri, che sembra e diventa poi la meta irraggiungibile per quanto vicina sembri e per quanto in realtà lontana sia.
Entriamo quindi in Tirreno accompagnati dalla fortissima corrente dello stretto.
Il tempo è meraviglioso un filo di vento da Nord -Est, il mare come l’olio. Metto al sole finalmente le pelli bianche gonfie di umidità e sento sulla cute quella benefica e purificatrice evaporazione di dolore e microbi.
Si naviga a vela tra i cinque /sei nodi , la visibilità è tale che ti sembra di essere in un grande lago, la penisola sorrentina con il golfo di Salerno su a nord che scende lungo la costa calabra, Capo Palinuro al traverso, con la spigolatrice di Sapri che osserva Ponza, il Golfo di S. Eufemia a sud est, Capo Vaticano, che non è il resort di moda dei prelati della Capitale, e ancora la Sicilia a sud, le Eolie ad ovest e poi ancora Capri a chiudere l’arena.
Ho messo Egidio in cuccia, si impegna un mondo ed ovviamente si stanca moltissimo, per cui appena posso e capisco che è in riserva, lo mando a riposare. E’ bravissimo e sensibilissimo. Quando spunta dal tambuccio, soprattutto di notte, sembra un radar, si guarda attorno ed il nulla che vedono i suoi occhi viene percepito da mille altri sensori, che gli permettono di avvertire i delfini, i pescherecci, le navi, i motoscafi e le barche più piccole. Il suo silenzio è un silenzio di meditazione e profonda riflessione.
Ho attaccato l’autopilota e la notte da sveglio, che ho appena trascorso, comincia a pesarmi. La testa si fa ingombrante, massiccia e tenta di cadere da tutte le parti. Quando se ne và ti svegli, ma da lì a poco ricomincia la danza ed allora ti organizzi un poggiatesta, guardi bene attorno quali potrebbero essere i pericoli incombenti, poi chiudi gli occhi e conti fino a sessanta, una due tr……..a volte poi il sonno e la fatica hanno la meglio su tutta le resistenza che puoi fare.
Poi….. ti svegli di soprassalto tre minuti dopo, l’angoscia ti attanaglia la gola, la paura ti blocca le gambe, gli incubi di disastri, collisioni, affondamenti e tempeste si sono incastrati nel tuo subconscio, il cuore batte a mille, i sensi di colpa si assommano allo sfinimento e in cinque secondi capisci che non è successo niente, che ti sei appena appisolato e che se avessi dormito anche solo un quarto d’ora in più non sarebbe successo niente. Ma il senso di colpa è immenso, il fatto di aveve ceduto al sonno, di non essere stato in grado di resistere e di avere “abbandonato” anche solo per qualche minuto il comando cosciente della nave, ti mette con le spalle al muro ed in posizione di difetto.
La barca fila che è un piacere, l’aria è un po’ aumentata, l’onda no, si tratta di una termica cresciuta abbastanza tardi, addirittura nel pomeriggio e quindi non avrà vita lunghissima, siamo comunque a 10-11 di reale e filiamo a quasi 7.5 nodi. Quadratura del cerchio.
Egidio è crollato, cullato anche dal ritmico solcar delle onde, che battendo sullo scafo, ti danno quel senso di fresco e velocità appagante.
Il sole è ancora alto quando Stromboli si presenta a prua, sono le sei, io comincio la cerimonia di vestizione. Comincio ad avere freddo e non intendo passare una notte di guardia e sofferenza causata del freddo. Si comincia dal basso. Calze invernali pepe/sale, sottomuta in cotone felpato, maglia termica Tribord che uso anche per le immersioni, polo manica lunga, maglione collo alto in pile (vi ricordo che siamo in mare in aprile), per chi ha già fatto come me navigazioni in dicembre, gennaio e febbraio, i materiali sono ancora diversi.
A questo punto sale una salopette impermeabile e gli stivali. Per il giubbotto imbottito e il berretto di lana aspettiamo il tramonto.
Stromboli è talmente alto ed imponente, che il sole da quando gli scivola alle spalle al tramonto vero e proprio, ci impiega quasi due ore. E in queste due ore tu gli navighi a fianco, quasi resti fermo per magici influssi al vulcano stregato.
E’ uno spettacolo indescrivibile e di rara messa in scena il tramonto ed il passaggio lentissimo alle tenebre che io ho avuto occasione di vedere, per tutta una serie di combinazioni, che si sono date appuntamento al mio passaggio.
Aria cristallina, cielo sgombro da pensieri e nuvole, lo Stromboli al fianco, imponente nella sua mole, che erutta con controllata moderazione lapilli che ne traducono la tranquillità, la luna che sorge con la falcetta al primo quarto, sole rosso che infuoca il paravento del vulcano, mare appena increspato, stelle polare luminosissima nel contrasto acceso dei colori.
La Dolce Vita naviga senza sforzo quasi in bonaccia con a riva un genoa leggerissimo, carenata quanto basta, sul bordo giusto, a sinistra il quadro che ho tentato di descrivere, a destra accanto a me Egidio, pelle bianca e lentiggini australiane, ormai abbronzato dopo un mese di graduale abbronzatura, con lo sguardo attento verso quella luce inattesa, che non potrà mai vedere, nella sua cerata gialla ed il cappellino stinto da consumato velista, mi dice: è bello vero? Descrivimelo.
Berti