Message in the bottle…

 

11 04 2012

Siamo stati a cena con Egidio e con una parte del consiglio direttivo della lega Navale italiana di Otranto. Fa decisamente freddo anche se la parola “scirocco” dovrebbe conferire da sola quel “non so che” di caldo , anche se umido all’espressione.

Uno squarcio di sereno tra le nubi sopra il porto, il frangersi forte, impetuoso e dilavante delle onde sulle frastaglie della costa di fronte, conserva qualcosa di minaccioso. Il faro bianco dell’ingresso al ridosso, traccia la via solamente alle anime, perché di corpi in una notte così difficile , non ce ne possono essere in giro, neanche di quelli, che per disperazione vengono da lontano per cercare una vita ed una sorte migliore.

Arriviamo alla testa del pontile, La Dolce Vita strappa forte le cime sul molo, la risacca è difficile e lei sembra quasi nervosa  per essere rimasta sola così a lungo.

Egidio monta in barca, (ormai è  indipendente sull’80% delle cose che fa). Io mi fermo a guardare, ad annusare, ad ascoltare la notte.

Non c’è un rumore che non sappia di mare, il progresso, l’egemone tecnologico, o semplicemente i rumori meccanici del giorno, spariscono, catalizzati nel rumore pulito anche seppur agitato del mare di stanotte.

I vortici che l’acqua forma attorno ai tanti e fitti pali di sostegno del pontile, stretti forte dall’eterna morsa che la grossa sabbia del porto  ha imprigionato, ricordano di giovanili ed oziose mattine a sole non ancora sorto, ad impiantar le dita nella sabbia ed ad aspettar che acqua, sabbia e riflusso traccino solchi di breve vita.

Mi siedo a terra, gambe a penzoloni, sperando quasi che la marea le lambisca e ne lavi la polvere ed il sozzo dell’asfalto. Guardo la barca  e gli oblò scuri dove un marinaio  prepara  la notte senza bisogno di luce aggiunta. Non lo vedo, ma lo sento mentre con gesti misurati conquista la branda. Anche la Dolce Vita strappa di meno, ed il pontile mi riporta all’ espressione del riposo. Scivolo col sedere all’indietro ed infilo il cappuccio di lana, poi la schiena si sposa al teak del molo.  Guardo il Windex in testa d’albero, che con il profumo delle ginestre  piantate a terra mi dice che il vento è girato e spianerà il mare. Un’occhiata al carro grande, una alla stella polare, e chiudo gli occhi. Mi accompagna l’immagine dei miei figli dieci anni fa in Grecia con me ad ascoltare il silenzio. Poi…. Il buio.

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6 aprile 2012

Sono 4 giorni che siamo legati a questo pontile e non mi piace più. Sto seduto in barca a scrivere e pensare. La radio sempre accesa, anzi le due radio, quella in FM e quella VHF puntata sul 16 in perenne ascolto per qualche buona notizia sul meteo. Quella normale in sottofondo ci fa compagnia. A me ed Edigio, seduti l’uno di fronte all’altro, con i nostri computer, a scrivere, scrivere, scrivere.

Lui è un po’ più pigro di me, o forse meno abituato a scrivere. Ogni tanto ridiamo, ci scambiamo le battute e io lo prendo in giro. Quando parla con me mi guarda negli occhi, o almeno a me sembra; in realtà guarda la mia voce assorbe le mie onde, ma in realtà da vedere sembra che mi guardi negli occhi. La sua disabilità, (ci conosciamo da novembre) mi ha messo in difficoltà per un paio di minuti appena. Appena il tempo di prendermi sottobraccio, e di dirmi senza parole portami. Mi fido di te.

Sono 5 mesi che ci confrontiamo, ci parliamo, ci conosciamo, che cresciamo assieme. Io maturo signore sovrappeso dai capelli pepe sale, da un passato reciproco; lui nato a fianco dei Curdin, nella Lomellina, custodita dalla nebbia d’inverno, che confonde pianura e risaie, con l’orizzonte mai certo ed estati da schifo (sono parole sue) calde ed umide. Io nato a sbalzo sul mare dove l’abbraccio della Bora arriva lontano là, verso le vecchie province, e le carezze del maestrale che mitiga le giornate estive, pregne d’ozio e ottimismo, lui che al mare ci è arrivato rodando il lago, ed i gironi infernali della disabilità.

Due uomini in barca, nel silenzio di una sintonia che non gratta, alla ricerca di quell’armonia che  porta l’uomo dalle profondità dell’inconscio, ed agli apici della terza dimensione.

L’elementarità della vita e l’essenzialità dello scorrere delle giornate ci stà scrostando le scorie del quotidiano meccanico fatto di lancette,  scadenze, ansie e traffico.

Oggi siamo saliti in paese (Rodi Garganico) a fare la spesa, assieme, lui con il suo bastone che io chiamo sonda, ed io col mio cestino blu di tela, stile brava lavenderina, feroce nemico del plastico pattume, fenomeno edonistico del frettoloso consumismo, e disprezzo per l’ambiente.

Saliti, perchè Rodi è un arrocco disordinato, diviso da viottoli e strade, che rompono quella confidenza tribale dei tempi antichi, dove la tazza di zucchero, la pignatta di riso, o le quattro patate, passavano da finestra in finestra, senza sporgersi neanche troppo. E dove i litigi e le chiacchiere di paese era patrimonio comune.

Scale oggi abbastanza regolari, con piede sempre sinistro o destro che alza il corpo, che dopo sei passi comincia una sorta di danza macabra, che ti porta in piazza.

E li che s’incontra la vita, gli sguardi interrogativi per questi due naviganti l’uno alto nordico braghe di pile finalmente un po’ larghe e maglione di lana vissuto, ed  Egidio, preceduto dal suo periscopio bianco e rosso, che spia il futuro, fido caleidoscopio dei passi a venire.

E lì che s’incontra la curiosità  dell’indigeno, verso il forestiero vestito di lontanaza e mistero.

Chiesa, bar, barbiere, bottega, calzolaio e farmacia. Un agglomerato di interessi, gioia, invidia ed omertà. Rete informatica epidermica complice del giudizio facile.

E come siamo apparsi su quella piazza siamo scomparsi, fonte di curiosità ed indifferenza allo stesso istante. Fantasmi innocui di un giorno al tramonto, con la spesa in mano. Stanotte piove. Domani forse si va.

Verso sud, verso pensieri più caldi, su teatri nuovi. Buona Notte Sognatori!

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